Versione solo testo - Alpi del Mare, 10 settembre 2010
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Il Carnevale di Mondovì



Cuneo, 10 settembre 2010
ultimo aggiornamento: 26.01.2010



Itinerari turistici transfrontalieri nelle Alpi del Mare



IL CARNEVALE DI MONDOVÌ

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Il Carnevale di Mondovì - Carlevè 'd Mondvì in dialetto piemontese - ha origini antiche, risalenti al XVI secolo e ritorna ogni anno ad allietare gli abitanti del basso Piemonte e non solo coinvolgendo tutta la città per almeno dieci giorni.
La figura del Moro che raduna il popolo per i festeggiamenti del carnevale trae spunto da un automa in ferro realizzato nella seconda metà del diciottesimo secolo da un artigiano locale, Matteo Mondino. L'automa, con un martello in mano per battere le ore su una campana, è stato collocato sotto un baldacchino posto sopra la facciata della chiesa di San Pietro, nel centro di Mondovì dove sta ancora adesso.
Il Moro diventa quindi uno dei simboli di Mondovì, insieme a quello più antico della Torre del Belvedere e diventa maschera ufficiale nel 1950, con la prima interpretazione da parte di Bastianin Vinai.

Sulle origini della leggenda del Moro, così scrive il prof. Billò sul suo libro "Sorridi, Mondovì":

Sono più di una le "vere storie" del Moro di Mondovì, tutte costruite evidentemente ad hoc e a posteriori. Fra tutte, la più degna (non dirò la più attendibile, che l'attendibilità è l'ultima preoccupazione delle storie carnevalesche) è quella che la Famija Monregaleisa, nel gennaio 1951 disse di aver "commissionato" ad un noto studioso locale (Luigi Berra? Giuseppe Barelli?), il quale ci stese su una lunghissima pappardella che si può riassumere così:
In alta val Tanaro, nella frazione Barchi di Eca Nasagò, svetta ancora oggi - vero nido d'aquila - una torre dei Saraceni, cioè dei Mori. Frugando alle sue fondamenta lo storico rinvenne in una cassa ferrata pergamene preziose per ricostruire la storia del nostro Moro. La torre, con le rocce e le grotte intorno, aveva infatti fornito l'ultimo rifugio al re saraceno ed ai suoi giannizzeri che erano in lotta con Ottone I, Imperatore di Germania e re d'Italia, deciso a cacciarli da Piemonte e Liguria dopo settant' anni di scorrerie e di violenze.
Nel venire qui dalla Germania, l'Imperatore aveva preso con sé un buon numero di Lombardi, invincibili in guerra, e col loro valido aiuto era riuscito a mettere in serie difficoltà i Mori. A muovere la sua ira non era solo il terrore che i Saraceni seminavano in queste zone dall'inizio del decimo secolo, ma - ancor più - la provocatoria protezione che il re Moro aveva concesso ad Adelasia, figlia dell'Imperatore fuggita con lo scudiere Aleramo. I due innamorati avevano infatti trovato rifugio in una spelonca di Pietra Ardena,presso Garessio, in territorio dominato dai Saraceni.
Adesso però il Moro, braccato dal furibondo Imperatore, era assediato nella torre di Barchi. Finì in una strage, in un dramma? Macché. Commosso dal ritrovamento della figlia, dalle sue suppliche e dai nipotini nati nel frattempo, Ottone I finì per amnistiare e perdonare tutti. Moro compreso. A questo e alla sua bella favorita concesse anzi di conservare la signoria sul Monte di Vico, naturalmente sotto l'alta sovranità imperiale; inoltre accordò al Moro la facoltà di ristabilire temporaneamente, negli ultimi giorni di ogni carnevale, una sovranità su tutti i territori che già appartenevano ai Saraceni.
In tali giorni, gli ex sudditi dovevano rinnovare giuramento di fedeltà al Moro e rendergli atto di solenne sottomissione in Mondovì. Quanto all'Imperatore, fin che potè, non mancò di tornare a sua volta in visita ai suoi fedeli Lombardi rimasti da queste parti, mentre anche il marchese Aleramo e la moglie Adelasia accorrevano ad incontrarsi con lui, accompagnati dai rappresentanti di tutto il mandamento, che comprendeva i feudi di Garessio, Ormea, Ceva, Bagnasco...



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